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La mia etichetta

Ricordo bene il desiderio spasmodico di plasmare sull’essere umano le mie creazioni, desiderio che poi si è trasformato, mutando da piccole intenzioni in obiettivi più precisi. Un percorso infinito che ancora oggi sto percorrendo.

Questo desiderio doveva essere etichettato, doveva avere un nome; come potevo chiamare questa volontà?

L’arte, sotto ogni sua forma e sfumatura, ha come obiettivo di raffigurare e descrivere direttamente o indirettamente l’essere umano, descriverlo tramite opere ed oggetti, anticipandolo nel tempo, ma non di troppo, rimanendo nell’attualità. Allora sì, che si può parlare di arte che “funziona”, parola che prendo in prestito da uno dei più grandi artisti del ‘900, Francis Bacon.

Ebbene, un nome, mi serviva un nome e cazzo, non potevo errare, non potevo rischiare di pentirmene in seguito, magari anni dopo.

Mi serviva qualcosa che, all’opposto dell’anima, racchiudesse un concetto fisico e razionale; qualcosa di estremamente tangibile, in grado di delineare il nostro confine materiale con lo spazio che ci circonda; non poteva essere altro che la pelle, l’organo più esterno di ognuno di noi.

Sulla pelle restano visibili cicatrici, impronta di esperienze dolorose che ci accompagnano per tutta la vita. La pelle riassume ciò che siamo e siamo stati, rispecchiando la nostra essenza. Pelle consumata dal lavoro e dal tempo, dalla vita. Poi ce’ la pelle nuova, candida, pura. La sua metamorfosi si sviluppa in sfumature infinite ed era lì che, con urgenza espressiva, miravo ad arrivare.
Da tutto questo è nato Soul Skin.

Allego qui uno scambio di parole di alcuni anni fa a cui tengo molto , fra me e Michele Ciavarella di STYLE -Corriere Della Sera.

A 22 anni hai voluto creare una tua linea, ed è nata Soul Skin. Perché così presto questa volontà di indipendenza?
«Essere indipendente è sempre stata una priorità per me. A discapito di tutto e tutti».

Attiri l’attenzione di chi ti ascolta dicendo con forza quello che pensi. Ma dici anche che ci sono occasioni per dire quello che conviene. Come dividi, se lo fai, le occasioni per dire quello che pensi e quello che conviene? E che cosa dici nelle occasioni in cui conviene?
«È una scelta. Io credo che le due cose coincidano perché penso che conviene dire quello che si pensa, ma vedo che lo fanno in pochi. E mi fanno perdere tempo. Odio perdere tempo. Mi è capitato poche volte di ricevere email da parte di giornalisti di moda con le richiesta di informazioni sul mio lavoro. Il che mi dispiace. Certo, potrei anche pensare che il mio lavoro non sia interessante, ma poi invio io una email e tutto cambia… “che bello, potresti inviarmi altro materiale ecc…”. Quindi più che giornalisti, oggi ci sono solo delle caselle di posta elettronica. Il potersi confrontare (e non prendo in considerazione il “mi piace” su Facebook) con persone a cui attribuisco una certa cultura, quello si, sarebbe stimolante per me. Ma queste figure per un giovane designer mancano».

Dici che la moda è divisa in due: la creatività supportata dalla cultura emotivo-visiva (che definisci “moda”) e il prodotto. I due aspetti sono conciliabili. Come? E se non lo sono, perché?
«Assolutamente si, sono e devono essere conciliabili. Il prodotto acquista forza emotiva dalla visione globale del brand. Oggi siamo arrivati agli estremi di questo sfruttamento e si vede poi nel prodotto in sé. Creare una visione in continua evoluzione, coerente, e riversarla sul prodotto che arriva al cliente finale, dal mio punto di vista è tutto. Il prodotto è importantissimo, è un messaggio, una divisa, un appartenere e non un consumare».

Mi hai detto che per superare la crisi che ti ha provocato il sistema hai usato l’apatia verso gli avvenimenti. Cioè, ti sei estraniato da quello che vedevi e da quello che succedeva? Come?
«Quando si entra in un mondo complicato come la moda (sto parlando solo da un punto di vista produttivo-commerciale), da neofiti e senza qualcuno che ti dia una direzione, non si ha mai una visione completa delle cose e di conseguenza si rischia di incappare in persone che ti usano solo per sfruttarti nell’immediato. Questo ovviamente è triste per un ragazzo che ha un progetto di vita. Subentra quel senso di apatia verso gli avvenimenti che ti permette di andare oltre, anche nei casi dove ci si trova più in difficoltà».

Dici: “Oggi è tutto senza un senso: per quanto ci pensi, non capisco perché si vuole portare avanti marchi storici con la visione di altre persone”. È una visione che potrebbe trovare molti d’accordo, ma come risolveresti il problema del sistema commerciale-economico dell’azienda (o delle persone o del gruppo) proprietaria del marchio?
«Certo finché il cliente finale compra il gioco continua. Che poi, per assurdo, il nuovo direttore creativo inevitabilmente va a storpiare il messaggio del brand in cui subentra… A questo punto sarebbe molto più coerente mettere il nome del creativo in questione. Sarebbe più coerente e rispettoso. Ma ho capito che la coerenza non ha forza in questo mondo; finché c’è chi compra, il cerchio si chiude ed andrà avanti. L’unica alternativa è crearsi, partendo dal niente, il proprio marchio, i propri clienti e una propria storia al di fuori dei soliti nomi, conoscenze eccetera».

Secondo te, dipende solo da questo la mancata nascita di nuovi marchi legati ai nomi di nuovi designer?
«Sicuramente un mercato chiuso contribuisce alla mancata nascita di nuovi creativi di spessore: di marchi ce ne sono tanti, fin troppi. Oggi esistono i creativi come esistevano in passato, ma vergini e illusi entrano nel mondo della moda per poi uscirne altrettanto velocemente. Oppure rimangono, uccidendo per forza di cose la creatività pur di esistere e sopravvivere, perché i numeri contano più delle emozioni. Oggi tutti hanno la possibilità di farsi conoscere e quasi nessuno ha la possibilità di dare sfogo alla propria creatività (capacità e cultura personale permettendo ). Mancano investitori, e manca la cultura per creare nuovi investitori e nuovi compratori. Quando non ci si sente a proprio agio,quando si sa di essere non capiti, nasce in noi una specie stupidità, un mal di vivere. Per chi? Per ottenere cosa? Sono domande che una mente creativa che si proietta verso una ricerca artistica/emotiva si pone costantemente e, se non trova risposte perde l’emozione. E viene meno l’entusiasmo e la creatività».

Sostieni di studiare molto, di applicarti continuamente a imparare. Non credi sia un caso tuo personale più che un’attitudine della tua generazione?
«Spero e penso che non sia così. Grazie al web abbiamo tutti la cultura vicina. Forse è talmente tanto vicina che non ne facciamo uso? È una domanda che mi faccio spesso. Il mio lavoro mi sprona sempre di più allo studio permettendomi di seguire personalmente lo sviluppo creativo del mio brand, dalla fotografia ai video, curandone personalmente ogni aspetto.Ho appena finito di girare il mio primo video, ne sono molto soddisfatto e sto già pensando al prossimo progetto. Che è ancora più estremo».

Che cosa ti fa amare la moda e il tuo lavoro?
«Ecco cosa mi fa amare questo lavoro, la possibilità di stravolgere silenziosamente i sentimenti di altre persone».

È anche questo un ruolo della moda?
«Non so se dovrebbe essere il ruolo della moda o solo dell’arte, ma avendo una visione della moda alla pari dell’arte spero di arrivare a suscitare tale stravolgimento durante il mio percorso».

A proposito della tua linea, dici: “Le mie creature sono parte di un esercito indipendente, culturale e introverso”. Stando le cose così come sono oggi, la tua moda potrebbe avere successo cambiando il mondo più che gli abiti…
«Penso che cambiare il mondo sia l’ambizione di tanti, senza speranza. Ma se si crea un proprio mondo penso si possa fare più di quanto si possa immaginare».

Mi ha colpito molto questa tua frase: “L’uomo, anima forte e razionale, che si dedica allo sviluppo del corpo come arma e della mente come liberazione e indipendenza sociale”. Che cosa intendi dire?
«Liberarsi dai legami imposti, culturali e sociali. Come dicevo, abbiamo tutti la cultura vicinissima, ma manca molto spesso  la curiosità».

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Non è semplice ed ho riflettuto a lungo, anni direi, consciamente ed inconsciamente, contemplando se poteva essere giusto esprimere quello che ho vissuto, quello che